Racconti dal Passato

Condannati ad metalla

Nel Medioevo e ancora fino alla fine del Settecento molti minatori erano galeotti. Condannati condotti in catene alle miniere. Lì gli venivano tolti i ceppi. Rinchiusi a doppia mandata dentro i cunicoli erano costretti a lavorare. Ma bisognava mantenerli, e finirono per costare più dei liberi. Servivano soldati a guardia, a paga completa, e poi i lavoratori forzati non avevano né motivazione né ragione per consumarsi la vita dentro la terra. Furono sostituiti con i minatori liberi. Erano più produttivi, resistenti. Avevano fatto lo stesso nelle Americhe. Quando la schiavitù divenne economicamente meno vantaggiosa della paga senza supplemento di mantenimento data agli operai, fu abolita. In Brasile a fine Ottocento arrivarono d’oltreoceano gli italiani, i disperati di mezza Europa, a prendere il posto degli schiavi. Era il 1888. La casa, la salute, la morte non erano più sul libro paga del padrone. Un operaio aveva un salario, doveva provvedere da sé a sé. Che gli bastasse il dato.

La miniera è sempre stata sinonimo di galera, di lavoro forzato. Al di là dell’Atlantico gli spagnoli costrinsero gli indigeni a scavare l’argento del Potosì. E quando questi iniziarono a morire a frotte, per raffreddore, morbillo, inadattabilità al lavoro, importarono nelle stive delle navi la forza nera dell’Africa. Qualche secolo dopo, in un altro continente, un nuovo potere, autorizzò i condannati comuni a scontare pena alternativa nelle miniere. Il sogno autarchico di Mussolini non faceva differenza di braccia. E quando scoppiò il conflitto mondiale lo stesso permesso venne accordato ai prigionieri di guerra.

Sulla strada di oggi, per una deviazione che non si percorre, quella che conduce a Grugua lungo il canale del Gutturu Cardaxius, si trova la galleria della miniera Su Presoni. Forse proprio Grugua è l’antica località di Metalla. Il luogo in cui i romani impiegavano i damnati ad metalla a lavorare nelle miniere. Dentro le budella di quello scavo sono stati trovati antichi anelli in ferro fissati alle pareti, ceppi che fanno pensare all’uso forzato di uomini.

Una storia.

Nel 235 d.C. divenne imperatore di Roma Massimiliano. Sul soglio pontificio c’era Ponziano (230 d.C.-235 d.C.). Eletto papa cinque anni prima. Sotto Alessandro Severo (222 d.C.-235 d.C.), imperatore precedente, uomo mite e saggio, tollerante, tutto era andato bene. La Chiesa trovandosi inaspettatamente in un periodo di pace, di ferma delle persecuzioni, aveva potuto occuparsi di questioni teologiche. Ma proprio quelle questioni, divergenze su come comportarsi, giudicare, avevano spinto Ippolito, sacerdote severo, poco incline alle indulgenze, a dichiarare il diacono Callisto eretico. Quando questi fu eletto papa (217 d.C.-222 d.C.), Ippolito accettò che un gruppo di suoi seguaci facesse lo stesso con lui. Così dal 217 d.C. a Roma c’erano due papi: Callisto e Ippolito. Sotto l’impero di Severo, si è detto, tutto andò bene, ma non appena questi fu ucciso, in Germania, da suoi legionari, e sul trono salì Massimiliano, le cose per il papa, nel frattempo diventato Ponziano, e l’antipapa Ippolito si misero male. Massimiliano imperatore trovandosi davanti le due figure, rispolverò gli antichi editti persecutori, e spedì papa e antipapa nelle miniere di Sardegna, condannandoli ad metalla. Se erano stati papa insieme, potevano stare insieme condannati a scavare le viscere della terra, a marcire nelle budella senza sole che davano argento all’impero. Narrano le cronache che papa Ponziano scelse di abdicare per non lasciare la cristianità priva di una guida. Ippolito, condannato con lui, legato agli stessi ceppi, vide nel gesto del suo antico avversario un segno di umiltà, di grandezza, che lo conquistò. Depose gli antichi rancori, e come ricordato in un’epigrafe dettata da papa Damaso, Ippolito, pur essendosi ostinato nello scisma per un malinteso zelo, nell’ora della prova “al tempo in cui la spada dilaniava le viscere della madre Chiesa, mentre fedele a Cristo camminava verso il regno dei santi”, ai seguaci che gli domandavano quale pastore seguire indicò il legittimo papa come unica guida e “per questa professione di fede meritò d’essere nostro martire”.

A Metalla, le gallerie buie della terra riconciliarono Ponziano e Ippolito che vennero dopo poco proclamati santi insieme, da quella stessa hiesa che in vita avevano servito su due fronti opposti.