Racconti dal Passato

Pane e fichi

Una mattina di luglio Cesare ci accompagna a vedere la miniera di Acquaresi. Saliamo in macchina fino a Montecani, il villaggio sul crinale del monte, sopra Iglesias, dove è nato. Ferma il motore e indica un punto lontano. Eccola là, quello è il villaggio della miniera. Ci si andava a piedi ancora per tutti gli anni Cinquanta, dice. “Da qui a là ogni giorno. Io non avevo ancora 16 anni quando ho iniziato a lavorare in miniera. Ci sono rimasto dal 1950 al 1969 in quel mestiere. Ho fatto l’arganista per lo più. Ho tirato di zappa e riempito vagoni di materiale. Se ci si fermava si veniva richiamati. ‘Strizza assai’ dicevano. Da ragazzi partivamo alle 7-7.15 (quando si restava a dormire un po’ troppo perché la sera si era fatto tardi) e ci si precipitava per arrivare alle 8 in miniera.

Se arrivavi tardi ti dicevano: ‘Ok, per oggi puoi tornartene a casa, giornata persa’. Oppure ti licenziavano. Iniziavamo il lavoro alle 8 e non si smetteva fino alle 16. Non c’era pausa. In miniera era vietato mangiare, solo bere potevamo.”

La macchina riparte, arriviamo al villaggio operaio, apriamo il cancello e saliamo per la collina. Passeremo a piedi tra il tabulato calcareo ricoperto dalla macchia e dai rovi, per scendere alle bocche delle gallerie e degli impianti del canale Gutturu Cardaxiu.

Rifaremo a piedi il percorso tra le rocce che i minatori facevano nel buio delle nottimattine per arrivare al lavoro.

L’abitato è deserto, gli edifici dimessi, ma c’è il sole su quelle pietre e le palme e i fichi che crescono maestosi vicino agli edifici rendono il luogo incantato.

Parla dei fichi Cesare, racconta che erano il poco che c’era, vitamine e zuccheri che riempivano il pane cotto in casa. Insieme alla cipolla e una trasparenza di formaggio erano il pranzo del giorno. Poi si mette a parlare delle feste che si facevano il sabato sera, del giradischi che riempiva l’aria, della pastasciutta che apparecchiava la domenica. Del mare ove si tuffava nei giorni di festa.

Il sentiero scende per il canale, il profumo dei cisti, dei lentischi, del ginepro sovrastano le parole e ci fermiamo a respirarlo.

L’ex minatore ricorda le notti in cui scendeva con la candela a carburo per illuminare il tracciato. La pioggia che cadeva sopra la fatica. La strada in più che toccava fare, quelle volte, perché il fondo del canale si allagava e la via di sempre, questa, diventava impraticabile.

Racconta che scendevano a frotte gli uomini, in file di lampade a carburo che pareva una processione. Al ritorno oltre alla lampada comparivano piccole fascine di legna che si prelevavano di sfroso al bosco.

La miniera è fango e acqua, freddo spesso. Era bello, dice, scaldarsi al fuoco del legno di casa.

 

Cesare Melesi

Ex minatore. Nebida, 2006